Il Mito di Internet

IL MITO DI INTERNET

di  Saverio Mauro Tassi

Prova ad allucinare esseri che si sbattono da appena nati in megalopoli crepuscolari avvolte in enormi tentacoli di smog – non molto diverse dagli oscuri antri affumicati in cui si incistavano, pare, i loro atterriti antenati, or sono, dicono,  appena 3-4 milioni di anni fa.

Questi esseri vivono – si fa per dire – rincantucciati nelle loro tane – anguste celle di immensi e squallidi alveari artificiali -, fagocitati e fiaccati dalla viscida mollezza di supporti ergonomici di materiali, fogge e dimensioni delle più diverse tipologie, ma di un’unica oscena volgarità.

Tengono sempre gli occhi fissi nella stessa direzione e come inchiodati alla medesima prospettiva – quasi che i loro colli si fossero pietrificati in quella postura e fossero incapaci di volgere o anche solo di flettere le loro teste.

Invece è che i loro sguardi spenti sono calamitati da lucidi cuboidi di metallo e plastica dotati di schermi trasparenti sui quali si avvicendano incessantemente sbiadite e banali immagini di loro simili, di animali, di oggetti naturali e artificiali. Alcune parti traforate dei cuboidi sibilano rumori, suoni, voci – a volte qualcosa che chiamano musica.

Insomma, per quegli esseri quelle assurde scatole animate e parlanti sono l’unica fottutissima realtà.

Non ti pare di somigliargli?

Se esiti a rispondere, o hai già risposto no, molla il colpo: non è cosa per te.

Nel caso contrario, fantastica ancora che uno di quei coatti sia inaspettatamente sciolto dalle catene mentali che lo asservono a quei dannati cuboidi per opera di un’implausibile, benedetta, miracolosa apparizione: una donna di bellezza, stile e fascino mai visti su questa sozza Terra. Che per un istante invade il suo cono ottico oscurando gli schermi dei cuboidi per poi guizzare fuori della sua spelonca. Immagina che lo zotico sia risucchiato dalla scia aulente di quell’apocalisse  in carne ed ossa e si schiodi dalla sua putrida postazione e si sforzi finalmente di sollevare il suo fetido culo di pietra.

Lì per lì strippa anche solo a drizzarsi sui due piedi. I muscoli atrofizzati lo fanno schizzare. Magari prova anche un senso di celestiale vertigine. E di nausea infernale. Forse rigurgita con perverso piacere anni di mangimi artificiali per bestie d’allevamento. Poi, smozzicati alcuni passi parkinsoniani e sgusciato come una chiocciola bavosa dalla sua tana, lo zarro si mette all’inseguimento della fata di cui fa appena in tempo a scorgere l’aura balenante in fondo al corridoio e poi giù per la rampa delle scale. Ma uscito dal suo fungo di cemento armato, ne perde ogni traccia. Cade preda alla fobia dell’aperto, dilaniato dalla vastità dello spazio e paralizzato dal miserabile dubbio del dove minchia andare.

Immagina poi che per una volta imbrocchi la via giusta, che di nuovo intercetti con lo sguardo la divina, che la scorga fluire nei riflessi iridati di una luce lontana – fino a dissolversi in essa. Il tamarro si precipita verso quella luce,  le si avvicina, la sua intensità crescente gli trafigge gli occhi, gli occhi spurgano dolorosamente un magma ributtante di lacrime, cispa e sangue. Poi, a poco a poco – chissà come – i suoi occhi si abituano e la sua vista riesce a mettere a fuoco un imponente edificio di cristallo sormontato da un’enorme,  rutilante insegna al neon sopra la quale svetta un’affilatissima asta metallica. Entra nella hall pseudohollywoodiana, supera la reception mandando garbatamente affanculo tre inamidate fighesecche che cercano maldestramente di adescarlo con un ammosciante “il signore desidera…” – nel loro idiota falsetto -, sale al primo piano e si trova in una merda di loft, il pavimento ingombro di piantane con fari e riflettori, tirato a destra e manca a cavi elettrici, solcato in lungo e in largo da telecamere mobili. Come non bastasse, in mezzo a quell’intrico ronza una folla umana peggio impazzita di uno sciame di mosche tappate in una bottiglia. Il randa nota prontamente che movimenti e intenzioni di individui e macchinari ruotano intorno a un punto nevralgico. Vi si getta a capofitto.

Deve vincere ancora una volta il dolore oculare prodotto dalla dannatissima luce artificiale che lo colpisce in pieno viso, e lentamente deve adattarvisi. Nella nebbia abbagliante mette a fuoco a poco a poco i volti di alcuni uomini e donne. Con stupore, con orrore, con rabbia vi riconosce quei personaggi che prima guardava agire e parlare sul vetro del suo cuboide animato. In preda al furore irrompe sulla scena per niente da meno di un cristo tra i mercanti del tempio, e abbatte piantane e strappa cavi elettrici e schiaffeggia quei manichini parlanti fino a costringere i posticci dirigenti di quel delirio ben organizzato a svelargli l’esistenza di onde elettromagnetiche capaci di catturare le immagini e di trasmetterle a distanza.

Intacchinito dalla sua miserabile scoperta sarebbe pronto a sbracarsi nell’edificio di cristallo e magari a diventare uno di quei rincoglioniti che si agitano davanti alle telecamere per imbalsamare nelle loro case migliaia di altri peggio rincoglioniti di loro – se non fosse che ancora una volta gli balena innanzi la dea in fuga dall’edificio. Il truzzo si precipita fuori e si rimette al suo forsennato inseguimento e la vede infilarsi nello spettro di una luce ancora più intensa di quella che gli aveva prima stuprato entrambi gli occhi. La insegue ancora e si trova davanti un altissimo minareto di vetro sormontato da una vasta cupola di cristallo rifulgente che schizza bagliori in ogni direzione. Entratovi arriva ai piedi di una ripida e scoscesa e interminabile cazzo di scala a spirale. Guarda verso l’alto e scorge lembi di seta aleggiare tra i gradini. Sale anche lui fino a raggiungere affannosamente il livello dove sorge la cupola corrusca. Vi accede. Al suo centro una grande sfera dalla superficie a specchio sulla quale, incredulo e allupato, vede la fatale fanciulla sciogliere  il suo peplo leggiadro e invitarlo all’abbraccio. Il tamarro non desidera altro che spalmarsi su di lei e si getta sulla sfera. Il terrore lo assale quando si vede affondare nello specchio molle e viscoso come sabbie mobili, circondare e avvolgere come tra le spire di un anaconda, inghiottire e deglutire come un giona , o forse un pinocchio, nelle viscere del mostro marino.

Con insperato sollievo il meravigliato si ritrova vivo dentro un interno kubrickiano  in puro stile Discovery, soffuso di luce eterea e pinkfloydianamente effuso dall’attacco di Un temporaneo lapsus della ragione. Cerca con gli occhi la sua icona vivente ma altro non vede che una distesa di poltrone anatomiche reclinabili. Si avvicina e su una di loro individua una sagoma umana in posizione orizzontale completamente inguainata in una argentea tuta integrale. Si avvicina ancora. La mummia non si muove, come fosse addormentata. Osservando le sue forme l’incantato non ha dubbi sulla sua identità. Prova a scuoterla senza ottenere alcuna reazione. Allora l’osserva meglio e scorge un cavo dipanarsi dal casco della tuta fino a innestarsi con una specie di spina in una specie di presa sul pavimento. Quindi si accorge che su ogni lettino anatomico che lo circonda è stesa una tuta integrale identica a quella della diva. Il diffidente esita. Poi finalmente si spoglia, si infila la tuta, si stende su una poltrona. Con un brivido il temerario avverte lo schienale cedere fino a raggiungere la posizione orizzontale e la tuta aderire alla sua pelle e un’onda di acutissime punture percorrere la sua epidermide come fosse trafitta su tutta la sua superficie da migliaia di sottilissimi spilli.

Ma l’audace non fa in tempo a patirne il dolore che un’esplosione di luce di un’intensità mai provata lo acceca e di nuovo i suoi occhi soffrono sofferenze lancinanti e spurgano lacrime e sangue. In preda al terrore, prova l’impulso di lacerare la tuta, di strapparsela di dosso e di fuggire dalla sfera di cristallo. Ma il perseverante si domina. Vinta l’ultima tentazione di fuga, abbandonato al flusso luminoso, il liberato comincia gradualmente a distinguere forme e colori di un nuovo mondo. Un mondo per certi versi simile a quello da lui già conosciuto, ma molto più vivido, intenso, vero, perfetto; eppure anche diverso, anomalo, paradossale, mostruoso. Comincia a esplorarlo: in alcuni momenti gli sembra che assomigli a quello di alcuni dipinti o architetture rinascimentali; in altri a una tela di Bosch o di Gauguin o di Van Gogh o a un disegno di Escher o anche a un quadro di Magritte; in altri ancora a una poesia di Blake o di Baudelaire, oppure a un racconto di Borges o a una sinfonia di Mahler o a…

Mentre prosegue la sua esplorazione del nuovo mondo, l’attonito intravede dapprima la sua ombra, poi coglie il suo riflesso su una superficie d’acqua, quindi finalmente contempla la sua immagine  in uno specchio di ghiaccio, e scopre che il suo corpo e il suo volto si sono trasfigurati venendo a corrispondere a come da sempre li aveva sognati. Il gioioso sente un irrefrenabile impulso a muoversi, a correre, a saltare e scopre di poter tentare movimenti mai sperimentati, di poter correre flessuoso e veloce come un ghepardo, di poter saltare potentemente ed elegantemente come un cavallo, di poter volteggiare su se stesso come uno scimpanzé. Al culmine della meraviglia e della gioia capisce poi di poter levitare e volare in aria come una libellula o come un gabbiano o perfino come un condor. Così, al calar della notte, può elevarsi fino alla Luna e alle stelle e godere da vicino lo spettacolo delle loro luci diafane e, all’alba del nuovo giorno, slanciarsi incontro al Sole ad assorbire tutto il suo inebriante splendore.

E proprio mentre si immerge  nei raggi solari ecco rivede la celeste sfrecciargli vicino con un sorriso enigmatico e accarezzarlo con una lunga cometa di capelli infuocati. L’entusiasta si lancia al suo inseguimento in un folle volo. Lei fugge tra le nuvole, si infila in una tromba d’aria, zigzaga tra le vette montane, scivola sui ghiacciai, si lascia trasportare dalle acque ribollenti di un ruscello, salta da un ramo all’altro di una foresta tropicale, si tuffa nella spuma di una cascata, si lascia risucchiare dai gorghi di un fiume. Il giocondo la tallona, le si avvicina, la raggiunge, di nuovo perde terreno, lo riguadagna, tenta di agguantarle una caviglia,  la manca, ancora è distanziato, fino a quando, librati nell’aria sopra la sconfinata distesa cobalto dell’oceano, riesce ad afferrare la sua fiammeggiante criniera e a tirarla verso di lui e finalmente a serrarla tra le sue braccia. Lei immediatamente si abbandona a lui e insieme si lasciano precipitare nelle profondità oceaniche dove si fondono fluttuando nelle correnti marine.

Solo dopo molti giorni, o mesi – o magari secondi – l’invasato le chiede dove si trova. Ella gli risponde a Iperuranio, un programma cibernetico perfetto e potenzialmente infinito – realizzato da un ricchissimo genio del web noto come il Demiurgo – dove si vive come pure proiezioni virtuali di se stessi mentre i propri corpi giacciono avvolti in tute biocibernetiche capaci di provvedere a tutti i loro bisogni fisiologici e soprattutto di interpolarli totalmente in un mondo puramente ideale. Lui allora le chiede concitatamente chi è lei, come si chiama, come è entrata nel nuovo mondo, perché l’ha adescato e trascinato lì. Lei gli svela pacatamente che il suo nome – il nome che il Demiurgo le ha attribuito – è Afrodite Urania, che è stata scelta come la prima creatura di Iperuranio e che quella che lui ha visto e seguito è il suo ologramma proiettato nel vecchio mondo da un raggio  laser. Aggiunge infine che di altre spiegazioni non c’è alcun bisogno. E già fugge in volo, e l’estasiato già si lancia al suo inseguimento per gli illimitati cronotopi di Iperuranio.

Ora immagini che il liberato goda di una totale pienezza di vita. E fai bene.

Ma prova a ipotizzare che un giorno ricordi gli amici che ha lasciato irretiti dalle scatole a immagini parlanti e accasciati nelle loro squallide celle e che sorga in lui lo spontaneo desiderio di renderli partecipi della sua scoperta e di condividere con loro la sua nuova vita. Il suo desiderio si trasforma in decisione e in quel preciso istante la tuta biocibernetica si scolla dalla sua pelle e lui può sfilarsela e mettersi a sedere sulla poltrona reclinabile dove il suo corpo è rimasto disteso fino a poco prima. Per alcuni minuti vede l’interno della sfera girare vorticosamente intorno a lui. Poi gradualmente tutto torna stabile e fisso. Allora l’amorevole scende dal lettino, esce dalla sfera, raggiunge la sua vecchia casa, ritrova i suoi amici e rivela loro la sua scoperta. Ma essi, mentalmente ottenebrati da anni di scatole parlanti, non gli credono e pensano che sia drogato o addirittura impazzito. Poi, di fronte alla sua insistenza, lo mettono alla prova nella gara di riconoscimento dei personaggi delle scatole parlanti, il loro insulso gioco preferito di sempre. Il generoso accetta. Ma i suoi occhi si sono ormai adattati alla vera luce e alla vera realtà e quei fantasmi che si agitano sul video gli appaiono più evanescenti e sfocati che mai e non riesce più nemmeno a distinguerli l’uno dall’altro. Per i suoi amici è la prova definitiva della sua malattia mentale.

Disperato,  il salvatore distrugge i loro stupidi aggeggi,  illudendosi così di poter strappare i suoi amici alla loro dipendenza. E invece non fa che esasperarla in furia omicida. Mentre perde coscienza sotto i colpi mortali infertigli dai suoi amici fa appena in tempo a evocare con l’occhio della mente l’immagine fatata di Afrodite Urania.